LE POESIE DELL’HINTERLAND: VII

 

EDFR


Parisi prese dalla mano del dottor Manci la chiave, andò verso la scrivania alle sue spalle e provò ad aprire i cassetti. Nel primo la chiave non entrò, nel secondo sì. Dentro c’era un telecomando, sembrava quello di una telecamera a circuito chiuso. Lo prese e schiacciò il tasto pausa. Da uno scaffale della libreria alla sua destra si sentì un bip. Parisi prese la sedia della scrivania la avvicinò alla libreria e ci salì, dietro una fila di libri c’era una telecamera nascosta. L’ispettore la tirò fuori, scese dalla sedia su cui era, riavvolse il nastro. La telecamere fece un suono che sembrava un fruscìo, come quello di quando si riavvolge una cassetta, poi cessò. Parisi schiacciò play.

 

Era mattina, l’orario sullo schermino della telecamera dava le dieci, dalla porta entrò un assistito del dottore. Parisi pensò di tirare avanti fino circa alle undici di quella sera. Era l’una di notte oramai, ma la mano di Manci era ancora tiepida quando l’ispettore l’aveva aperta per vedere cosa stringesse, questo voleva dire che non doveva essere passato molto da quando si era sparato.

 

Alle undici si vedeva il dottore leggere sulla sua poltrona, era solo. Parisi tirò ancora avanti. Play.

 

23.42

 

– Salve dottore. –, un uomo era entrato nella stanza, si sentiva la sua voce ma non si vedeva, era fuori dall’inquadratura della telecamera che riprendeva solo le due poltrone.

– Speravo di incontrarla prima o poi, ci stavo giusto pensando, magari in un’altra circostanza però. Lo studio è chiuso. -, il dottor Manci aveva una voce impostata, non era la solita, era come se stesse cercando di nascondere la paura.

– Mi sa che non posso ripassare domani. Mi capirà credo. –

– Come posso chiamarla? Il poeta dell’hinterland milanese? -, Manci si tolse gli occhiali, li piegò e li mise come al solito nel taschino della giacca.

– Mi chiami come vuole, non importa. –

 

Parisi fissava il piccolo schermo della telecamera, era finalmente arrivato il momento di sapere chi era il killer che inseguiva da più di un anno. Si accese una sigaretta.

 

23.45

 

– Perché è qui? Ha bisogno di qualcuno con cui parlare? Si sente in colpa?-, chiese il dottore.

– In colpa? Per cosa? Io non mi sento in colpa. -, la voce era profonda, calma.

– Lei è un assassino. Lei ha ucciso delle ragazze innocenti… –

– Sì, erano innocenti. Erano bellissime. Ha visto quanto erano stupende? –

– Erano delle ragazze molto belle, ed ha ragione, erano innocenti, non meritavano di morire. -, la voce di Manci era sempre meno controllata, non era la solita, non c’era più quella professionalità che la caratterizzava.

– Questo mondo non le meritava. Questa pattumiera di ubriaconi, molestatori, pervertiti, violenti non le meritava. -, la voce era pacata, sicura.

– Quello che lei ha fatto non è violenza? -, chiese il dottore.

– Io le ho salvate. –

 

Parisi spense la sigaretta per terra, le sue mascelle erano serrate di rabbia. Inclinò lo schermo della telecamera come se fosse un riflesso della luce ad impedirgli di vedere l’uomo che parlava con Manci.

 

23.51

 

– Salvate? Lei le ha uccise, le ha strangolate senza alcuna pietà. Lei ha strappato via loro la vita. Lei non le ha salvate. –

– Come si permette di dire così?! -, la voce si fece violenta, un istante, poi tornò come prima.

– Lei dottore non sa niente. Io le ho salvate prima che questo mondo le corrompesse. Io le ho protette prima che questa città le inghiottisse. Non ci sono buoni, non esistono. Io sono quello che si avvicina di più. –

– Sebastiano Parisi è il buono, non lei. -, disse Manci, con una voce in attesa, come aspettandosi una reazione.

L’uomo rise, – Sebastiano Parisi è un debole. Le ha mai raccontato cos’è successo a sua madre? –

– No. -, fece il dottore.

– Quando aveva otto anni ha visto suo padre tagliarle la gola, lì davanti a lui. -, la voce era diventata ancora più fredda.

 

Parisi sentì il cuore mancare un battito, strinse la telecamera tanto che la plastica scricchiolo.

 

24.03

 

– Lei considera un vile del genere il buono? –

Il dottor Manci non rispose, rimase in silenzio.

– Capisce ora dottore? Io le proteggo. Tolgo loro la vita, ma in questo modo le salvo da tutto questo. –

– Io… -, Manci si fermò. – Adesso immagino che mi ucciderai. –

– Purtroppo devo farlo. È stato bello parlare con lei dottore. –

 

L’uomo si avvicinò alla poltrona dove era seduto Manci, aveva una pistola in mano, la premette contro la tempia destra del dottore. Sparò.

 

L’ispettore Parisi vide il viso dell’uomo. Sbarrò gli occhi, la bocca gli diventò secca, lo stomaco si contrasse come schiacciato da un tir. Fece cadere la telecamera per terra. Indietreggiò di alcuni passi fino ad appoggiarsi alla scrivania.

 

Ora sapeva chi era il poeta dell’hinterland milanese.

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