LE POESIE DELL’HINTERLAND: VIII

 

EDFR


Parisi si piegò in due e vomito l’anima sul pavimento dello studio del dottor Manci. Lo stomaco si contorceva, l’esofago si contraeva, e Parisi rovesciava a terra le emozioni che aveva provato guardando il piccolo schermo della telecamera.

 

Ciao Sebastiano. Era da tanto che volevo incontrarti., all’improvviso una voce svegliò Parisi come da un incubo, proveniva dalla poltrona dove le scorse settimane era seduto lui durante le sedute con Manci.

 

– Non è possibile. Questo non è reale. -, l’ispettore non credeva a ciò che stava accadendo.

– Invece è tutto vero. Io sono qui. Io sono te. –

– Non può essere. Non sta succedendo davvero tutto questo. Che cazzo mi sta succedendo?! –

– È tutto vero. Finalmente hai capito. Finalmente ora sai. –

– Non dire stronzate! Io non sono te! –

 

Parisi sfilò la pistola dalla fondina e la puntò verso la poltrona, verso un uomo che in tutto e per tutto era uguale a lui.

 

– Cosa pensi di fare? Spari ad una allucinazione? Spari a te stesso? –

– Stai zitto! –, disse Parisi digrignando i denti.

– Tu non hai capito nulla. Io sono la parte di te che avrebbe voluto fare qualcosa la notte in cui nostro padre ha tagliato la gola di nostra madre davanti a noi. Io sono la parte di te che avrebbe voluto prendere un coltello e piantarlo nel petto di quel figlio di puttana. -, un secondo di silenzio fece vibrare l’aria, – Ma purtroppo lì c’eri tu. Un vile. Non hai fatto nulla, sei rimasto a guardare. –

– Stai zitto bastardo, tu non sai nulla di quella notte! Io ero un bambino, io non sapevo… -, a Parisi mancò il fiato, si mise una mano sul petto.

– Nostra madre è morta per colpa tua. Tu non hai fatto nulla! È colpa tua! –

– Taci brutto figlio di puttana! –

 

Parisi urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, scaricò un caricatore sulla poltrona dove era seduto l’altro, cieco di rabbia. Solo dopo alcuni istanti si rese conto di aver ferito solo la poltrona in pelle scura del dottor Manci.

 

– Non hai ancora capito che io sono dentro di te? Tu non puoi spararmi, tu non puoi farci niente. –

– Non può essere vero. Hai ucciso tutte quelle ragazze innocenti… –

– Abbiamo ucciso. In fondo se io l’ho fatto è perché lo volevi anche tu. –

 

Parisi si mise una mano in faccia, strinse forte. All’improvviso ebbe come delle vertigini, gli vennero alla mente come dei flash. Si vide strangolare la ragazza con gli occhi azzurri, poi si vide scrivere sul muro una di quelle poesie scritte col sangue. Sentì l’ebbrezza dell’omicidio, l’adrenalina. Sentì il calore scemare dai quei corpi stupendi.

 

– Vedi? Sono stato io, ma sei stato anche tu. Noi le abbiamo salvate, Sebastiano. Le abbiamo protette. –

– Non dire stronzate! Tu le hai uccise! Erano innocenti! Io non volevo, io non ho fatto nulla… –

– Sei un codardo. –

 

Parisi lasciò cadere a terra la pistola scarica, si sentì un rumore metallico. Le mani dell’ispettore tremavano, lui le guardò incredulo, delle lacrime rigavano il suo viso e scomparivano sotto il mento.

 

– Da quanto uccidi? Quante persone? Com’è possibile che io non mi sia mai accorto di nulla… –

– Com’è che era? “La vita mi sembra più sopportabile dopo una birra ed uno shot.”. Beh, tu bevevi, ti ubriacavi fino a perdere i sensi sul bancone di un bar qualsiasi. Lì venivo fuori io, mentre tu collassavi stordito su un bancone lurido, io facevo quello che andava fatto. È tanto che tu ti sfondi di alcolici fino a perdere i sensi, fino a svenire. Sai, inizialmente uccidevo per rabbia, nei tuoi confronti, per quello che ci è successo. Ho ucciso uomini, ho ucciso donne, solo per la rabbia che provavo, solo per il gusto di farlo senza che nessuno trovasse il colpevole, solo per vederti fallire. Ancora e ancora. Poi ho capito, dovevo essere io a fare qualcosa. Dovevo fare quello che tu non potevi, quello che tu, la notte in cui nostra madre è stata uccisa, non hai avuto il coraggio di fare. Ho incominciato a salvarle. Erano belle, erano pulite, erano vergini da tutto questo schifo. Io le salvavo. Io le proteggevo. Promettevo loro che le avrei salvate da questo mondo, da questa città. –

 

L’aria era gelida, sembrava potesse congelare le lacrime che gli colavano sul viso, sembrava avere una consistenza tra le sue dita. La camicia aderiva come incollata al suo corpo, i capelli si erano sciolti e venivano tirati indietro da una mano invisibile.

 

Quando la polizia arrivò trovò Sebastiano Parisi steso a terra. Il cranio era sfondato a causa della caduta dal quinto piano, la finestra dello studio del dottor Manci era aperta. Il sangue aveva disegnato una macchia rotonda sull’asfalto, densa, rosso scuro.

 

L’indomani tutti i giornali ed i media scrissero in prima pagina che l’ispettore Parisi era colpevole di tredici omicidi. Aveva strangolato dodici ragazze innocenti e sparato in testa ad un noto psicoterapeuta.

 

L’indomani Sebastiano Parisi diventò per tutti il poeta dell’Hinterland milanese.

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