MARVELLOUS HOTEL: II

II

6b.

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Quella panchina è la sua unica amica questa notte, non ha bisogno di altro, vuole solo riposare, riprendere fiato, sapere che lì seduto può fuggire dal rumore. La testa gli scoppia, butta giù un sorso di rum, secco. Il suo stomaco rigetta acido nella sua bocca, lui deglutisce, e ne prende un altro sorso.

Vorrebbe solo una folata di vento abbastanza forte, una di quelle che al suo passare cambia le stagioni. Forse quella potrebbe riuscire a portarsi via la sabbia, lo sporco, che impastano la sua bocca impedendogli di respirare senza avere quell’orribile gusto amaro di vita in bocca. Preferisce il rum, un lungo sorso di rum. Sputa per terra un pensiero, ne ha troppi in testa, rimbalzano rigettati dalle sue sinapsi ubriache di realtà. È come uno di quegli ingorghi che il tardo pomeriggio sporcano la strada di clacson e bestemmie. La bottiglia è finita. Deve alzarsi e camminare.

E poi, non c’è abbastanza vento questa sera.

I numeri sul pannello si illuminano uno ad uno seguiti da un suono fioco. Il piede sinistro dà la spinta per uscire dall’ascensore. Lui svolta a destra ed imbocca uno stretto corridoio semibuio illuminato da alcune lampade in ferro battuto appese al muro. Scorre velocemente i numeri delle porte situate su entrambi i lati del corridoio, poi si ferma. Infila la chiave nella serratura ed entra, è la camera che ha affittato per la notte, la numero 6b.

Accende la luce premendo l’interruttore sulla destra, chiude la porta alle sue spalle ed appoggia la borsa sul letto. La stanza nel suo insieme risulta quasi claustrofobica. La moquette ha visto momenti migliori, ed il letto è uno di quelli che solo sfiorandolo bisbiglia metallico le troppe ore di sesso sudato che ha dovuto subire. Sul comodino ci sono un telefono ed una bibbia sgualcita che sembra catechizzare i muri ruvidi color canarino.

Si spoglia e rimane solo con le mutande, accende la tv e si stende sul letto che sa di varechina. Scorre veloce i canali, quasi nevroticamente. Una televendita di aspirapolvere, un vecchio film western, un incontro di wrestling, un programma di cucina dove una grassa signora prepara torte poco invitanti. Sempre più velocemente preme il tasto per cambiare canale, quasi volesse assassinare il telecomando, poi di colpo smette. Lo schermo della televisione diventa blu notte e sullo sfondo compare una scritta in grassetto:

SE AVETE UNA DOMANDA,

QUI TROVERETE UNA RISPOSTA.

Tel: 0083 – 224906

Lui rilegge la frase scritta sullo schermo scuro della televisione più volte, quasi si aspettasse che da un momento all’altro le parole che aveva letto cambiassero, o magari che la schermata mutasse, invece di quella frase così strana, tornasse la signora grassa delle torte. Stranito, si alza e va a pisciare, tira lo scarico, si sciacqua le mani, e torna a sedersi davanti al piccolo schermo.

Si gira di scatto, si allunga sul letto e prende il telefono sul comodino, ritorna seduto, e compone nervosamente il numero che c’è scritto in tv. È libero, l’apparecchio emette regolarmente dei suoni profondi e lunghi, poi cessano. Qualcuno dall’altra parte del telefono tira su la cornetta.

– Pronto?! C’è nessuno?! Pronto?! -, nessuno risponde, si sente solo l’eco di un respiro profondo, quasi rauco. – Pronto?! Sento che sei lì, ho visto l’annuncio in televisione, non so cosa mi è passato per la mente, ma ho telefonato. -, nessuna risposta, dalla cornetta si sente solo il respiro pesante che sembra quello di un uomo. – Cos’è una presa in giro?! Ti conviene rispondere altrimenti non t’immagini nemmeno quello che ti faccio! -. Dall’altra parte niente. – Ah! Ho capito, sei un lurido pervertito con i soldi che si può permettere di mettere annunci in tv per attirare telefonate! Ti ecciti così vero?! Ascolti la mia voce ed intanto ti fai una sega vero?! Schifoso figlio di puttana! -, riprende fiato, dall’altra parte della cornetta nulla è mutato, sempre il solito respiro lento e scandito. – Che cazzo mi sarà passato per la mente a me per chiamare un numero preso in tv sotto una scritta così ridicola! Cosa mi aspettavo di sentire?! Cosa volevo domandare?! Ho così tante domande… Boh, forse in realtà non ne ho nessuna, forse volevo solo vedere se in questo schifo c’è ancora qualcuno che è disposto ad ascoltare. A me basterebbe uno qualunque, non chissà chi. Molti si aspettano di essere ascoltati da politici, madri, padri, qualche coglione persino da Dio. Io mi accontenterei di un bastardo qualsiasi, sono così disperato che anche uno stronzo come te andrebbe bene! -, sorride, – In realtà poi anche se trovassi qualcuno disposto ad ascoltarmi non saprei nemmeno cosa dirgli. Io sono sempre stato uno riservato, conosco tanta gente ma nessuno mi conosce veramente, non sono mai riuscito a rendere quello che avevo dentro decifrabile agli altri, forse non ho mai voluto. Sono sempre rimasto nel mezzo ma in disparte, mi spiego?! Dio, sono sempre stato una frana con le parole! Qualche volta hanno provato anche a chiedermelo quello che avevo in testa, ma io non ho mai avuto abbastanza parole per spiegarglielo. Ho imparato col tempo a mascherare tutte queste mie emozioni sotto una maschera con un sorriso a trentadue denti stampato sopra. Così col tempo hanno smesso anche di chiedermelo cosa cazzo c’avessi in testa. Ma io in tutto questo?! Sono morto poco alla volta, è andata affievolendosi la luce che avevo dentro, piano, ma inesorabilmente. Come un faro che illumina chilometri fuori da sé, mentre al suo interno è sempre notte e buio terso. -. Dall’altra parte della cornetta ancora nulla era cambiato, sempre quel respiro, che ora era quasi diventato rassicurante. – Forse so cosa avrei dovuto fare. In realtà penso di aver sempre saputo perché la mia vita ha preso questa piega, questa distorsione impossibile da raddrizzare. E’ colpa mia, quando è arrivata la mia occasione ho avuto paura, e la vita non te ne concede una seconda. Era lui la mia strada, Vasco, la mia vita è stata sua dalla prima volta che l’ho visto. Eravamo compagni di classe al liceo, eravamo giovani e bellissimi, lui era bellissimo. Io non sono mai stato un ragazzo pieno di donne, ho sempre pensato fosse per il mio carattere e per la mia brutta acne. Poi ho capito che non erano le ragazze ad interessarmi. Forse è stato vedere Vasco per la prima volta a farmelo capire, ma io ho aspettato anni prima di ammetterlo a me stesso. Sentivo come un filo invisibile che collegava le mie labbra alle sue. Io e lui abbiamo incominciato a parlarci solo durante l’ultimo anno di liceo, prima non avevo mai avuto il coraggio di avvicinarmi. Vasco era il ragazzo che tutte le ragazze volevano. Io invece ero solo un ragazzino confuso e terribilmente spaventato da lui e da quello che provavo nei suoi confronti. Poi è successo, era la gita dell’ultimo anno, Parigi. La sorte ha voluto che io e lui finissimo in camera insieme, solo noi due. Era l’ultima notte prima di tornare a casa, io facevo finta di dormire. In un secondo, senza riuscire nemmeno bene a capire cosa stesse succedendo sentii entrare Vasco nel mio letto. Ancora prima che potessi dire qualsiasi cosa mi baciò, morbido e dolce, facemmo l’amore per tutta la notte e, sfiniti nel letto disfatto, ci addormentammo abbracciati. -. Si interrompe qualche secondo, vivendo fino infondo il profumo di quella notte, ancora vivo dentro di lui. – Sai, penso di essere stato me stesso solo quella notte in tutta la mia vita. Solo quelle lenzuola e le labbra di Vasco sono riuscite a leggermi dentro, nessuno è mai più riuscito a conoscermi davvero. -, una lacrima, – La mattina mi svegliai nudo e solo, lui era sparito. Se ne era andato e nessuno riuscì mai a sapere perché e dove fosse andato, lo cercarono per mesi senza nessun risultato. -, silenzio… – Non potrò più riassaporare le sue labbra, né accarezzare i suoi capelli, né perdermi nei suoi occhi scuri. Sono perso. -.

La cornetta cade sul letto, i suoi occhi fissi nel ricordo di quella notte. Apre la borsa. Prende un foglio ed una penna, scrive solo quattro parole. Sfila dalla sacca una pistola, la mette in bocca, fredda. Preme il grilletto.

Sul foglio c’era scritto: Ovunque sei, ci sei.

Sei in quel bianco abbagliante che la mattina appena sveglio mi lascia ad occhi socchiusi intravedere l’infinito.

Sei in quelle sere talmente vuote che se avessi la forza di emettere un respiro sentirei il suo eco navigare la bassa marea che c’è sotto la mia pelle.

Sei in quelle notti passate insonni sentendomi affogare nei litri di pensieri che fanno scoppiare il nulla nella mia testa.

Ovunque sei, ci sei.

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