MARVELLOUS HOTEL: III

III

 13a.

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Ore tre del mattino. Marvellous Hotel. Incrocio tra viale Venezia e via Bentivoglio. Un buco di culo dimenticato da Dio. Samuele Corsini, trentacinque anni. Si è fatto saltare il cervello con un colpo di pistola. Probabile suicidio.

Mise in pausa il registratore, cacciò dal taschino interno della giacca una piccola fiaschetta argentata, fece un lungo sorso.

La mummia alla reception non sa dirmi un cazzo. Dice che l’unica camera occupata su questo piano oltre la 6b. è la 11a., di un certo Elia Benedetti. Dopo vado a sentire cos’ha da dirmi il buon vecchio Benedetti. Tipo strano della 18b. era nella hall quando c’è stato lo sparo. Tutankhamon conferma. Uno in meno da sentire, meglio. Nella stanza ci sono la pistola, una borsa con dei vestiti, un foglietto con su scritte quattro stronzate e sangue, tanto.

Pausa. Uscì dalla stanza. All’agente della scientifica disse di fotografare tutto e di raccogliere campioni, bisognava confermare il suicidio. Percorse il corridoio, bussò alla stanza 11a.

– Polizia. Apra la porta. –

– Salve. –

– Lei è Elia Benedetti giusto? –

– Sì, sono io. –

– Avrà sentito che c’è stato del movimento nell’altra stanza stanotte. Posso entrare per farle qualche domanda? –

– Certo, prego. –

– Grazie. –

Entrò nella stanza un uomo alto, aveva uno di quei fisici un po’ decaduti, trascurati, ma ancora piuttosto prestanti. Capelli corti e dall’attaccatura alta, folti baffi neri facevano da cornice ad una bocca sottile leggermente storta. Aveva un odore dolciastro di acqua di colonia mischiata ad alcool.

– Allora signor Benedetti, che mi dice? Ha visto o sentito qualcosa prima dello sparo? -, si sedette sulla sedia della scrivania di fronte al letto.

– Non ho visto nulla, la porta della camera era chiusa. Mentre passavo per il corridoio ho sentito una voce maschile che veniva da dentro. Sembrava parlare al telefono, era come se si stesse sfogando, liberando da un peso. –

– Sfogando? –

– Sì, aveva un tono fermo ma nello stesso tempo timido, un po’ come quando ci si confessa in chiesa. Non c’era vergogna o pentimento nella sua voce però, c’era sollievo. Aveva trovato qualcuno che ascoltasse la sua storia, o forse era lui ad essere finalmente pronto a raccontarla. -, Elia si accese una sigaretta e porse il pacchetto e l’accendino verso l’ispettore.

– Grazie. Anzi, io sono Franco Garullo. -, lo disse mentre dava il primo tiro, strinse appena gli occhi per il fumo, aspettò alcuni secondi, poi continuò. – Ma come fa ad essere così dettagliato? Ha sentito la voce dell’uomo il tempo di un passo. Che lavoro fa signor Benedetti? –

– Io racconto storie, e per farlo devo saper ascoltare. -, Elia inspirò profondamente ed espirò dal naso, si sedette sul letto.

– È uno scrittore quindi, faceva prima a dire così! Altro che la stronzata del saper ascoltare! -, Franco spense nervoso la sigaretta.

Ci fu un momento di silenzio, uno di quelli che porta le persone che lo respirano a chilometri di distanza, un momento.

– Ha altre domande per me ispettore? –

– No. Rimanga qui nei dintorni nei prossimi giorni Benedetti, potrei aver bisogno di farle altre domande. Salve. -.

Franco Garullo uscì di fretta dalla stanza, come se avesse l’impellenza di prendere una qualche coincidenza per chissà dove. L’agente della scientifica aveva finito, la porta della 6b. ora era tagliata in obliquo da un nastro giallo in plastica con su scritto vietato l’accesso. L’ispettore ci buttò uno sguardo veloce mentre si dirigeva verso l’ascensore. Scese nella hall e si diresse verso la reception, il vecchio in giacca e cravatta sedeva dietro il bancone bevendo un caffè lungo.

– Mi servirebbe una stanza per la notte. –

– Certo, ecco. – il vecchio si girò ancora da seduto, prese le chiavi della 13a. e gliele porse.

– Mi servirebbe un altro favore se è possibile. – disse Franco.

– L’ascolto. –

– Domani prima di andare, le lascio il mio registratore. Dovrebbe darlo ad Elia Benedetti, quello della 11a., gli dica che spero non abbia mentito. –

– Lo farò. –

L’ispettore lo ringraziò con un cenno della mano, poi andò verso l’ascensore. Salì al secondo piano, davanti alla porta della camera prese la fiaschetta dal taschino interno, fece un sorso, ed entrò in stanza.

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