ONDE

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Le onde continuavano a colpire la nave violentemente. Taranga sapeva che era pericoloso stare sul ponte ma nella sua stanza gli sembrava di essere rinchiuso dentro un incubo. La solitudine e la puzza del suo vomito che stagnava nel cestino della cabina lo stavano facendo impazzire. Uscì in corridoio e andò a sbattere contro Katugampala, il cuoco, che correva da qualche parte con qualcosa in mano. Taranga era confuso e nauseato e a malapena lo riconobbe. Il cuoco non si fermò e proseguì la sua corsa incerta, scontrandosi contro la parete. Come sempre quando aveva mal di testa, il cervello di Taranga cominciò a prenderlo in giro, vagando tra pensieri contorti e stupidi che lo facevano sentire peggio. Era una casualità che il vassoio del cuoco fosse largo esattamente quanto la porta o era tutto stato studiato insieme nel realizzare la nave? O c’era una misura universale per i vassoi e le porte? Oppure i vassoi erano stati studiati in conseguenza della nave? O acquistati in sua funzione? Che ditta produceva quel tipo di vassoi? C’era una ditta da qualche parte nel mondo che produceva solo vassoi? C’era una ditta da qualche parte nel mondo che faceva i passamano come quello a cui Taranga si stava aggrappando in quel momento? O era la stessa ditta che fabbricava le altre parti della nave? Come fanno gli ingegneri a calcolare ad esempio quanta aria contiene quel corridoio? Perché devono calcolare queste cose, no? Come fanno a sapere che un centimetro cubo di aria non finisce negli interstizi tra le viti del passamano?

Scacciando infastidito quella valanga di idiozie, Taranga prese fiato cercando di ignorare l’amaro sapore di vomito che gli era rimasto in bocca e si avviò attraverso le scale, molto lentamente e senza lasciare il passamano nemmeno per un istante. Si concentrò sulla sua respirazione. Aprì faticosamente lo scompartimento che dava all’esterno e si trascinò sul ponte.
Il vento era furioso e le gocce di pioggia erano proiettate a tale velocità da colpire pesanti. Eppure, Taranga si sentiva già meglio a contatto con l’aria esterna. Sapeva che sia il capitano sia suo zio Gabi si sarebbero incazzati molto se avessero saputo che lui si trovava lì ma a Taranga non importava, il sollievo era troppo grande. E poi, pensava Taranga, fanculo al capitano, sempre serio con lui mentre era scherzoso con gli altri e fanculo a suo zio che lo aveva trascinato su quell’inferno ambulante. Guardò il cielo: dense nubi nere e dalle fumose sfumature grigie incombevano sul mondo fino all’orizzonte. Fulmini imponenti accendevano la notte, seguiti da ruggenti tuoni maestosi. Taranga si rese conto della gravità della tempesta e venne colto da una galoppante paura ancestrale. Correva pericolo a stare dove si trovava, eppure il pensiero di tornare dentro a quella che a lui pareva una lattina agitata da un gigante gli faceva venire la nausea e si paralizzò. Osservò nuovamente il cielo e sentì di essere in balia delle nubi, il suo sguardo che diventava un caleidoscopio. Decise di tornare dentro e nel momento stesso in cui prese la decisione vomitò per la seconda volta. Per terra ma per lo più sui suoi pantaloni che comunque vennero prontamente lavati dal cielo. Si sedette in agonia, tenendosi sempre saldamente aggrappato alla balaustra contingente alla porta, ma solo per un istante, perché improvvisamente una pesante onda impattò il peschereccio di lato e un pesce spada volò dritto in direzione di Taranga, che istintivamente reagì scrollandosi di dosso buona parte del torpore e rotolò via. Mentre Taranga cercava un appiglio in preda al panico il pesce spada si dimenava e con la spinta della barca sobbalzò fino a lui. O almeno così parve a Taranga, fatto sta che egli colto dal terrore scivolò e sbattè la testa sul pavimento. Nel rialzarsi si domandò se per un momento avesse perso i sensi ma non ebbe tempo di interrogarsi oltre perché un secondo prima dell’impatto vide un poderoso muro d’acqua avvicinarsi veloce e inesorabilmente. Il respiro del giovane gli si bloccò in gola. L’onda anomala si abbattè sull’imbarcazione con tale violenza da catapultare Taranga in aria per lunghi metri prima di affondare in acqua. Dopo il colpo con l’Oceano, sentì un dolore lancinante al braccio e dovette lottare per non vomitare nuovamente perché aveva inghiottito acqua dal naso e dalla bocca. Inspirò a fatica e si dimenò. Gli sembrò di capire che la barca si era rovesciata ma non poteva esserne certo mentre veniva agitato dall’oceano. Urlò il nome di suo zio e i suoi nervi crollarono e iniziò ad urlare insulti alla sua divinità, piangendo. Ebbe un momento di lucidità. Si calmò e si guardò intorno. Le luci erano lì, il peschereccio era, sorprendentemente, ancora in piedi. Cominciò a nuotare in quella direzione. Il freddo lo stava attanagliando e ogni tanto aveva l’impressione di toccare qualcosa con le sue diverse parti del corpo. La barca era lontana e Taranga iniziava a sentire stanchezza nei muscoli quando vide alla sua sinistra, a pochi metri di distanza, la pinna di uno squalo. Istintivamente si girò di scatto urlando e prese a dare veloci e larghe bracciate finché fu esausto. Il battito accelerato del suo cuore sembrava più possente dei tuoni. Si girò a controllare. Nessuno squalo. Stava tremando come mai aveva fatto in tutta la sua vita. Nessuno squalo ma anche nessuna barca in vista. Si guardò intorno e davanti a sé vide il motivo per cui la corrente si era fatta più forte: un vortice. Un gigantesco vortice. E sembrava aumentare esponenzialmente. Taranga cominciò a nuotare in direzione opposta ma si ritrovò senza energia e ormai pieno di rassegnazione. Sentiva che si stava compiendo il suo destino. Dopo un vano e indeciso tentativo di scappare dal mostro d’acqua, si lasciò trascinare dalla corrente. Si sentì in pace.
Galleggiando, guardò il cielo nero e lo trovò bellissimo. Il battere del suo petto andava assumendo un ritmo sereno, un mantra. La velocità della corrente aumentava, mentre la respirazione di Taranga rimaneva costante, calma. Si sentì felice. Le nubi e le onde si andavano fondendo, diventando una spirale invitante e rassicurante. Senza preavviso, i fulmini sparirono e il nero diventò assoluto. I rumori divennero sempre più attutiti, Taranga si sentiva proiettato nell’universo a gran velocità. Tutto girava ma vedeva solo nero. La velocità diventò folle e poi di colpo si fermò. Ora Taranga non sentiva alcun rumore e non vedeva niente. O forse vedeva qualcosa. Una luce.
Sotto di sé, da qualche parte, una luce lo stava illuminando.

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