STRATEGIE FALLIMENTARI: II

“… Gesù Cristo” balbetto mentre avverto un ictus dietro l’angolo.

“ No no, mi rifiuto di crederci. Non mi sentivo così da quando Darth Vader ha detto a Luke Skywalker di essere suo padre.”
A quanto pare, D. non ha reagito diversamente.

Sotto l’orologio della stazione c’è una ragazza che fuma. Sulle spalle solo uno zainetto Eastpak, il classico bagaglio di chi viaggia leggero perché si fermerà per una sola notte. Una sciarpa le avvolge il collo esile, l’abbigliamento vagamente alternativo sembra quello giusto per far corrispondere questa donna all’identikit  di chi dovremmo prelevare.
Un particolare però, ha tolto il fiato al sottoscritto e a D., con la stessa efficacia di una pallonata nello stomaco.
La donzella che sta chiaramente attendendo qualcuno -quasi sicuramente noi- è bella.

Terribilmente, indecentemente, oscenamente bella.

I capelli neri come la pece sono raccolti in una semplice coda di cavallo. Gli occhi color nutella sembrano rubati a un cerbiatto. Un naso sottile, piccolo e perfetto precede le labbra rosse e carnose come una fragola matura. Il corpo esile ma dai lineamenti decisi sembra quello di una ginnasta. I pantaloni, aderenti quanto basta, lasciano intravedere le linee di due gambe perfette e di un culo disegnato da una team di designer giapponesi.

“ Zana ti giuro se ti fai quella là diventi di diritto sindaco d’Europa.” La voce di quello squilibrato al mio fianco è un eco distante. Sono in trance.

E’ lei.
L’ho trovata.
In un tardo pomeriggio di febbraio ho capito che la donna della mia vita è un’emiliana che sta fumando sotto l’orologio della stazione di Trento.
E’ con lei che passerò il resto dei miei giorni.

“ Zana se ti fai quella là io inauguro un culto pagano che prevede sacrifici umani in tuo onore”

Quanto starà bene vestita da sposa?
Quanto saranno belli i nostri figli?
Ho vissuto appuntamenti in cui, dopo cinque minuti, mi scoprivo a fare il conto alla rovescia perché quell’agonia finisse. Una volta per levarmi dai coglioni una tipa ho giocato l’all-in e l’ho portata alla SNAI, cazzo.
Ma questa donna mi ha stregato il cuore senza bisogno di aprire bocca.

“ Zana, magari dico una cazzata, però per fartela io comincerei -non so- andando li a parlarle, tipo. So che è un approccio atipico, ma magari funziona”.

Mi risveglio dall’ incantesimo dopo svariati secondi di oblio.
“ Si ok dai mi ero incantato, puoi biasimarmi?!”
“ Quella tizia renderebbe etero Malgioglio, facciamo che stavolta ti giustifico”.
“ Ringrazia che non ho perso i sensi.”
“ Vai e distruggi capitano. Prima però mi sento di darti un consiglio:  – Tra te e il telepass non esiste differenza, sia tu che lui fate alzare la stanga – può non essere l’approccio più efficace. Le donne non hanno il senso dell’umorismo. Fidati. “


“ Per fortuna che ci sei tu, D. Ero indeciso tra quell’incipit e l’evergreen – Ciao su Facebook mi chiamo Zana_32, ma 32 non è l’età- .”
“ Ok Mr.Simpatia, ora vai però. Ogni minuto che passa fa aumentare le probabilità che arrivi un plotone di sconosciuti pronti a riempirle anche l’ingresso per gli auricolari del cellulare. Siamo in stazione, mica al museo”.

Giusto.

Inspiro, apro la portiera e scendo.
Accenditi una sigaretta, prova a soffiare via la tensione.
Sii lucido, freddo, distaccato.
Venti metri mi separano da lei e io non so che cazzo dirle.
Vaffanculo, dovevo bere di più. Fossi arrivato a questo punto ubriaco al punto giusto, l’approccio sarebbe stato una formalità.

Dieci metri e io mi sento come uno che deve eseguire un trapianto di cuore dopo aver seguito come preparazione due ore di tirocinio fatto da visione di due puntate di “E.R – Medici in prima linea” e tornei di “L’allegro chirurgo”.
Mi volto per un paio di secondi, vedo D. che fa gesti ridicoli. Incoraggiamento, presumo.

Otto metri e lei mi nota. Giurerei che un mezzo sorriso le sia balenato su quelle labbra stupende.
Prendo una decisione irrevocabile.
Mi abbandonerò al destino.
Se è scritto che deve succedere, succederà.
Non preparerò nessuna frase, lascerò che le parole sgorghino dalle mie labbra senza forzarle. Non ci saranno copioni, sarà la cosa più naturale e genuina di sempre. E in fondo perché non dovrebbe funzionare? Le donne di solito amano questo genere di discor

“Ciao, sei tu quello che è passato a prendermi per il concerto?”

Ho udito quella che è indubbiamente la voce femminile della telefonata. Ma l’ho udita alle mie spalle, la fonte non è la dea sotto l’orologio.
Ergo, non è lei che devo portare con me.
Mi giro e la proprietaria della voce si palesa a me.


Se una caldaia si scopasse un leone marino deficiente, e il feto concepito dall’amore tra i due venisse bombardato da radiazioni e discografia di Gigi d’Alessio per tutta la durata della gravidanza, nascerebbe una forma di vita che mi scoperei molto più volentieri di questo cetaceo di un metro e cinquanta.
La figlia non riconosciuta di Majin Bu si presenta a Trento avvolta in un Woolrich rosso di cui non voglio sapere la taglia, ma ho il forte sospetto che per imbottirlo tutto quanto di piume sia stato necessario un genocidio di oche.

“ Ciao…sei…sei tu la ragazza che ha telefonato?” chiedo con la morte nel cuore, mentre la mia amata sembra interessarsi alla scena che si sta consumando.
“ Eh si, sono proprio io in carne e ossa, ha ha! Piacere comunque, io sono Paola” gorgoglia felice la supernova di adipe.
“ Piacere, sono Zana. Se non c’è nessuno con te, direi di avviarci perché tra poco il concerto inizia!”.

Tirai fuori il sorriso più falso di tutti i miei ventidue anni di vita, in quella sera di febbraio.

Mentre parlavo all’elefante scolpito nello strutto che si trovava dinnanzi a me, il cervello mi inondava la mente di possibili alternative per scampare a questo frigorifero di lardo.
Erano -tutt’al più- alternative a sfondo omicida.
Visioni di me che estraevo una katana e tagliavo a metà questa matrioska di ciccia. Film mentali in cui infilavo nel naso della cisterna di colesterolo una panetta di C4 facendola detonare tra gli applausi dei miei concittadini.

“ No no andiamo pure, io sono da sola!” cinguetta felice Snorlax.

Getto uno sguardo all’orologio della stazione. Lei non c’è più, ovviamente. Sparita tra creste e volute della vita, persa per sempre. Poteva essere la storia d’amore più bella della mia vita.
Una trama da film, il romanticismo distillato nella sua forma più semplice e pura. Lui e lei si conoscono per caso, avvertono tra loro una complicità mai provata prima, e cinque minuti dopo entrambi sono già persi l’uno negli occhi dell’altra. Sarebbe stato come su un set di Hollywood.

Non accadde, perché venni intercettato da un abitante di Mordor sovrappeso.

Mi trascino col cuore infranto e la voglia di sterminare continenti verso la macchina, dico due stronzate al comodino di lardo al mio fianco giusto per riempire i pochi secondi che ci separano dalla vettura. La macchina è una tre porte, quindi devo aprire la porta di D. per far entrare il cinghiale paffutello. Nel farlo, mi guardo bene dal guardarlo negli occhi.
Me ne manca la forza.

“ D, lei è Paola. Paola, lui è D. Alza il sedile D, così Paola può salire e voliamo al concerto”
“ E come sale? Questa è una Micra, mica un Black Hawk.”


Ma porca puttana, D.
Il tempo si ferma. La gente attorno a noi rimane cristallizzata, immobile. Le gocce di pioggia si bloccano a metà caduta, tutto in attesa che accada l’irreparabile. Se la reincarnazione umana della Bismarck avesse per caso capito la battuta, potrebbe anche decidere di inghiottirci. L’aria è carica di tensione. Sento sudore ed acqua rigarmi le tempie. Temo per la mia incolumità.

“ Che ha detto il tuo amico? Chi è Black Hawk? Uno dei gruppi che suona stasera?” domanda spaesata la betoniera.

Sospiri di sollievo, D si copre la faccia con le mani.

“ No no, non farci caso. Ha sempre voglia di scherzare, non ci pensare!” Esco dal parcheggio e parto. Vedo lo stereo come l’appiglio in grado di salvarmi da una conversazione di circostanza con il divano che sta sui sedili posteriori che non voglio fare. Porto la musica a volume indecente, e schiaccio l’acceleratore fino in fondo.
Prima arrivo, meglio è.
Prima arrivo, prima posso tentare di seppellire il giramento di coglioni monumentale che ho addosso con cascate di birra.
Con la scusa di cercare parcheggio faccio smontare davanti al locale la chiatta ripugnante, in maniera tale da non doverla più vedere nello specchietto retrovisore.
Riparto, e D apre le ostilità:

“ Guarda il lato positivo. Per Carnevale potrai regalarle un hula hop. Se lo mette in vita, ed ecco fatto. Hai un costume estremamente realistico di Giove.”
“ D, giuro che ti spingo fuori dalla macchina in corsa.” Ringhio.
“ Non ti puoi incazzare! Io ho pure provato ad avvertirti!” ribatte offeso.
“ Allora devi esercitarti di più, in telepatia non stai facendo progressi, scemo di merda.”
“ No, bimbo speciale ” sospira D ,“ non hai visto che ti facevo gesti da dentro la Micra?”

In effetti ho questo ricordo.

“ Si, ma appena l’ho notato ho preferito non guardare. E’ dai tempi delle medie che quando mi capita di ritrovarmi davanti a una gnocca, tu sei solito piazzarti dove ti posso vedere per poi metterti a far gesti che vengono ritenuti volgari anche in un bordello clandestino di Marsiglia.”
“ E invece ‘sto giro sei stato scemo. Avevo notato che Ottobre Rosso si stava avvicinando a te da dietro, ma tu eri con gli occhi incollati a quella strafiga. Mi sono sbracciato un po’, ma niente.”
“ Beh” sbotto “ prossima volta fai qualcosa di più utile di sbracciarti.”
“Ho provato a usare il fischietto a ultrasuoni, speravo che la specie di Paola -a qualsiasi specie appartenga- fosse sensibile alle alte frequenze”.
Dopo una breve pausa aggiunge pensoso:
“avrei potuto lanciarle un bambino di otto anni tra le fauci, forse. Magari avrebbe abboccato”

Non riesco ad incazzarmi con lui. Fumo in silenzio mentre tento di soffocare la delusione.

“ Eddai Zana. Vedila così. E’ vero, l’illusione di una stratopa che ti aspetta, la quale viene sostituita da un container di lardo è la cosa peggiore che potesse capitarti. Però l’hai passata. Hai scollinato. Sei in fondo al pozzo. Peggio di così non può andare. Può migliorare e basta, la serata.”

D. Croce e delizia. Malattia e cura.

“ Si… Forse si.” rispondo con crescente convinzione “…Dai, beviamo cinque o sei mila birre adesso.”

In quella constatazione ci fu del vero:
Andammo realmente vicini a tale cifra.
No, non migliorò proprio. Ma proprio per un cazzo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *