STRATEGIE FALLIMENTARI: III

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“ Tequila sale e tequila per piacere”

Sguardo confuso.

“ Tequila, sale…e limone vorrai dire?”
“ Non sono ancora ubriaco. So quello che dico. Tequila, sale e TEQUILA.”

Conoscere Paola fa questo effetto a molti, suppongo.
Mi devo ubriacare in fretta, voglio scordare il fatto che la donna dei miei sogni sia evaporata per lasciare il posto al clone vaginamunito di Gattuso sovrappeso.
Il concerto è iniziato da una ventina di minuti. Se non altro è venuta molta gente, e tutti sembrano divertirsi parecchio.
D. ha ragione, mi devo svegliare. Dal fondo del pozzo si può solo salire. E’ ora di lasciarsi alle spalle l’incontro ravvicinato col brontosauro e gettarmi nella mischia. Lì dentro qualcosa di meglio si troverà senz’altro.
Anche perché trovare di  peggio è -francamente- impensabile.

“ Dai D, è ora di divertirsi”. La convinzione nella voce. L’occhio della tigre.
“ Ora ti riconosco capitano” commenta soddisfatto il sociopatico al mio fianco “ti voglio in modalità molestia Stevanin.”

Chissà perché non hanno preso D. come scrittore dei messaggini nei Baci Perugina.

“ Che bella immagine, grazie. Rimaniamo così: molesti sì, ma con l’impegno a non finire a sotterrare il tronco di qualcuno in mezzo alle vigne, ok?” metto in chiaro sogghignando.
“ Anche perché se è il tronco è di Paola ci tocca andare nel Sahara per avere lo spazio sufficiente per seppellirlo”
“ Ti vieto di parlare ancora di quell’otaria.”
“ Right. Ultimo giro e poi si va.”

Ormai la tequila si fa strada nella gola come acqua sorgiva irlandese. Sono nella fase alcolica in cui si diventa dei conversatori formidabili. Abbastanza sbronzo da riuscire a rompere il ghiaccio anche con una top model, non troppo ubriaco da raccontarle assurdità fuori luogo che la faranno scappare.
Il locale ha un’ottima acustica, permette di parlarsi senza doversi strillare nelle orecchie, e la musica dà la carica giusta per ballare. Sono sul punto di approcciare una biondina che ha tutta l’aria di una che necessita solo di sapere il tuo nome e di bere un mojito per dartela, quando qualcuno mi batte sulla spalla.
Il barista -nonché proprietario del locale- mi guarda vagamente stizzito, e dice “ Oh c’è una che è rimasta chiusa nel cesso delle donne. Dice di essere tua amica, vieni un po’ a darmi una mano vah, che s’è già creata fila.”

Un uomo di un metro e novanta che vive metà della sua vita in palestra è difficile da contraddire. Posticipo il mio assalto alla donzella e lo seguo verso i bagni. Oltrepasso la fila e giungo dinnanzi alla porta incriminata.

“ Oh, chi c’è dentro ?”
“ Zana, sono Paola! Mi sa che ho rotto la chiave.”


Ci sono momenti nella vita in cui sei convinto che da un istante all’altro debba sbucare fuori qualcuno urlando “SEI SU SCHERZI A PARTE” reggendo lo striscione col logo dello show.

“ …Ma Cristo di un Dio, come hai fatto a rompere la chiave, maledetta minorata?! ”. Sbotto con la bava alla bocca.
“ Non lo so”  ammette candidamente la portaerei “ forse l’ho girata troppo in fretta ”.

Se c’è una legge naturale di cui ho potuto constatare l’eterna inconfutabilità, è che quando accadono tragicommedie simili, o eventi in cui mi si può deridere, appare D.
Sempre.

“ Chi è la quaglia divenuta prigioniera del cesso? ”
“ E’ un incubo D. Non finirà mai.” Sospiro sconsolato.
“ Ahaha non dirmi che è di nuovo Galeazzi! ” sghignazza l’ebete.
“ Eh perché, la cosa ti sorprende? ”
“ Mi sorprende più che Paola sia riuscita a entrare dentro quel cubicolo, ti dirò. Come hanno fatto?  Hanno unto col burro gli stipiti della porta e usato un ariete medievale per spingerla dentro? ”

La mia faccia si spacca e i pezzi si spargono in terra.
Riprendo il controllo a fatica.

“ Deficiente maledetto, smettila di fare battute e aiutami a tirare fuori  il dirigibile da lì”.
Dopo cinque minuti di lavoro, consistito in bestemmie, spallate, e insulti alla paolea stirpe, la porta si apre.
Ne saltella fuori  il silos, tutto pimpante per aver riacquistato la sua libertà.
Passato lo spavento, si rivolge a me e D: “ Oddio non so come ho fatto a chiudermi dentro. E non è la prima volta che mi succede eh, è una cosa assurda! ”.

Realizzo di avere davanti  una grassona alta un metro e una chiavetta USB, che come hobby si incastra dentro i bagni dei bar.

Consapevole del fatto che incappare negli essere più idioti del globo con disarmante facilità sia la condanna della mia vita, mi trattengo dal percuotere Paola con una tegola per poi gettarne il cadavere in uno stagno.
Decido invece di essere immotivatamente gentile.
“ Oh beh non ti preoccupare, non è successo nulla di grave!” sorrido incoraggiante “sono cose che capitano”
” A chi capitano, scusa?!”

Era ovvio che il demente al mio fianco non potesse esimersi dal commentare il mio bluff spudorato.

“ Mio cugino Fabio ha passato le elementari a mangiare di nascosto le colle Pritt, ma nemmeno lui sapeva imprigionarsi da solo in un cesso.”


Ma porta troia, D.
“ Cos’ha detto il tuo amico?” ulula l’Iveco parcheggiato al mio fianco.
“ Niente, niente”  tento di mettere una pezza alla bell’e meglio “ te l’ho detto che è sempre in vena di fare lo spiritoso!”.

Tremo, aspettando che il bisonte parta alla carica.
Fortunatamente, il mix di musica alta, sollievo per essere evasa dalla toilette, ed evidenti deficit cognitivi, spinge Paola a lasciar perdere senza approfondire.

Ci separiamo dall’asteroide appena usciti dal bagno.
Ogni molecola del mio corpo freme dalla voglia di non vedere più Paola per il resto della mia esistenza. O al massimo di vederla  su Dmax mentre corre verso un panino alla mortadella piazzato al centro di un campo minato.
Quando torniamo in mezzo alla pista mi rendo conto che è giunto il momento migliore in assoluto. Quello in cui le donne hanno bevuto abbastanza da essere disinibite ma non troppo da vomitare o perdere tutto il loro sex appeal. Deciso a chiudere la parte della serata in cui uno Scania travestito da donna mi rovina la festa, mi dirigo al bancone per salutare qualche amico e bere un paio di cocktail.

Come in ogni serata tra ubriaconi trentini, però, succede l’inevitabile.

E’ un classico che si ripete sempre, se sei con la gente sbagliata. Gli iniziali progetti  di “bere due cose veloci per poi andare a cercare qualche signorina” si evolvono puntualmente in “rimanere saldati al bancone del bar, per concentrarsi sull’alcol. Le donne sarà per un’altra volta.”
Il locale si svuota inesorabilmente e il tuo cervello, che oramai si trova a mollo in alcolici vari, non ti avverte di nulla.
Rimarresti per sempre al bar senza capire che in realtà nel locale siete rimasti in quattro stronzi.
Avresti il destino segnato, se non fosse che -a volte- i miracoli accadono.
Una ragazza si appoggia al bancone proprio accanto a me.
Mentre attende che il barista le serva quello che certamente sarà l’ultimo giro, i nostri sguardi si incrociano. Salto le timidezze, dribblo la paura e mi butto.
“ Ciao, hai degli occhi meravigliosi.”

Cosa cazzo ho appena detto?!

MI PRENDEREI A SBERLE DA SOLO.

La frase più banale della storia.
Considerando che avevo appena bevuto il Gange, era già tanto aver messo in fila cinque parole, ma Cristo, si poteva fare di meglio.
Ma proprio perché -ogni tanto- i miracoli accadono, lei sorride e risponde “ Io mi sono innamorata dei tuoi, che facciamo, ce li scambiamo?”
Restiamo in silenzio qualche secondo e poi scoppiamo a ridere. Nei minuti successivi ci raccontiamo un po’ di tutto, ed è lampante che ci sia del feeling.

Poi lo sento.

Dapprima una lieve vibrazione. Come il T-Rex che s’avvicina in Jurassic Park.
Poco dopo un tonfo secco, come di uno schiaffo a mano aperta su una superficie di legno.
E poi, IL DISASTRO.

Paola, dopo aver abbandonato il bagno, si era dedicata agli alcolici disintegrando quel poco che rimaneva delle sue facoltà mentali. Addormentatasi al bancone -come ci spiegò poi il barista- si era svegliata ore dopo cercando qualche viso noto a cui chiedere assistenza.

Dopo avermi avvistato alle prese con la signorina di cui parlavo poc’anzi, mi corre incontro, e vomitando sul bancone cade per terra gorgogliando aiuto.

Una scena che annienta qualsiasi desiderio di accoppiamento in una donna, s’intende.
E infatti, con una scusa di merda, milady X (impossibile anche solo pensare di ricordare il nome) se ne va, lasciandomi con il cadavere spalmato sul pavimento.

Il pensiero di fare scempio del corpo esanime di Paola con una mietitrebbia si fa più che un’opzione.
La scena causa OVVIAMENTE le risate sguaiate dei miei fedeli compagni, e persino D. ammette che sì, in effetti le cose erano peggiorate parecchio per quanto non sembrasse possibile.
Coperto del vomito di Free Willy, comunico agli altri che per me è decisamente arrivata l’ora di tornare a casa di D, dove avrei passato la notte insieme a suo fratello F. e al mio caro amico S.

Ci avviamo all’uscita del locale, quando un urlo ci ferma.
Era M., un amico che ci aveva aiutato a organizzare il concerto.
Dalla sua macchina, il burlone ci comunica una notizia favolosa.
“ Ehi ragazzi, la tipa ubriaca mi ha chiesto dove andare a passar la notte. Visto che D abita a due passi da qua, le ho detto che poteva venire da voi. Sennò questa crepa assiderata. A presto, ciao!”

La Cri mi ammazza

Come… a dormire da noi?
“ SI MA DOMANI MATTINA PRESTO VIENE A CASA LA MIA DONNA. SE TROVA QUELLA LOCOMOTIVA, LA CRI MI AMMAZZA” balbetta terrorizzato D.
“ Calmati D. Ci pensiamo io e S.
Puoi  stare tranquillo.”

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