STRATEGIE FALLIMENTARI: IV

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Quattrocento metri di bestemmie e risate isteriche alternate con regolarità. Questo è tutto ciò che ricordo del tragitto concerto – casa di D.
Il proprietario del locale, fisicamente simile ad Undertaker e probabilmente più cattivo, ci ha intimato di portare con noi lo scaldabagno in stato d’ebbrezza. Fuori morirebbe assiderata, e lui problemi non ne vuole.

Non c’è mai un branco di coyote affamati nei paraggi quando ne hai bisogno.

“ Sei una merda. Sicuro che l’avrai detto tu a M. che saremmo andati da me.”  Sbuffa l’ebete.
“ Hai ragione D, è un piano geniale”  l’aria si inzuppa di sarcasmo “non sopportavo l’idea di dovermi separare dal Mammut che mi ha sputtanato la serata. Non fa una piega.”
“ No, la realtà è che non volevi colare a picco da solo e quindi vuoi trascinare anche me nello schifo più totale”.
“ Mangiati una merda, io non c’entro. ”
“ Tu c’entri sempre. Prega il Signore che la Cristina non sappia che una donna ha dormito da me. Anche se si tratta della fotocopia al femminile di Giuliano Ferrara , sai cos’è in grado di fare.”


Rabbrividisco.
Cristina è la fidanzata di D. da tre anni ormai. Originaria del meridione, rappresenta il classico stereotipo della donna mediterranea. Capelli neri, labbra carnose e davanzale prosperoso. Segni particolari: gelosia e paranoie di tradimento che si aggirano tra il livello “ Gollum con il suo anello”  e “ Misery non deve morire”.
Da anni io e S. sosteniamo che tra Giovanna di Castiglia e la morosa di D. ci sia un filo diretto di discendenza.
Per chi non lo sapesse, la consorte di Filippo D’Asburgo -al momento della morte del marito-  preferì  non seppellirne il corpo. Decise invece di  imbalsamarlo e portarselo in giro  dappertutto. Le  cronache raccontano che riuscisse comunque ad essere gelosa per gli sguardi inopportuni che le cortigiane -secondo lei- indirizzavano al cadavere che le stava attaccato con un’imbragatura.

Ho motivo di credere che D. saprebbe mettere a disagio chiunque dicendo cose sbagliate al momento sbagliato anche da morto e imbalsamato. Ma non divaghiamo.

Il piano di battaglia per la notte è presto fatto: D in camera sua assieme a suo fratello, io e S sul divano letto in soggiorno, Cloverfield sul divano accanto.
L’appartamento del sociopatico che mi ospita è molto piccolo. Entri, corridoio di un metro e sei  in soggiorno/cucina. Porta sulla destra, altro corridoio di due metri scarsi alla fine del quale se prendi la porta che si staglia dritta davanti a te vai in bagno, se prendi quella a sinistra vai in camera da letto.
Pro e contro della location.

Pro :

–  Monitorare la mongolfiera ebete è semplice. In un ambiente così piccolo, risulta impossibile non notare una sua possibile morte da coma etilico (o da overdose di Twix).
–  Se il semirimorchio dovesse star male, spingerla a schiaffi e colpi di taser  verso il bagno richiederà relativamente poco, visto che dista pochi passi dal divano su cui è posteggiato.

Contro :
–  Dormire a un metro da Paola mi fa venire voglia di iniziare una dieta a base di uranio, e l’idea di condividere la stessa aria con lei mi dà la stessa gioia di vivere di Pistorious quando a Natale riceve in regalo delle infradito.
–  Se il Kraken stesse male all’improvviso, io mi troverei a meno di un metro da un potenziale getto di vomito.  Praticamente impossibile riuscire a scansarsi in tempo.

Il morale è talmente basso che non ci concediamo nemmeno la classica sigaretta sul terrazzino, immancabile rito finale di ogni nostra scorribanda notturna. Ci dividiamo i compiti.
F  : In caso di emergenza scatterà a noleggiare un argano a motore per sollevare il container di Reggio Emilia.
Io e S : Badanti di Paola nonché addetti a farla sloggiare alle prime luci dell’alba, onde evitare che Cristina la veda e decida di ridurre l’appartamento (con tutti noi all’interno) a livello “Sarajevo ’95”.
D :  “ E’ CASA MIA, QUINDI IO DORMO E VOI FATE TUTTO, BANDA DI MONGOLI”.

Non fa una piega.

Al momento dello spegnimento delle luci lo Zeppelin è già addormentato sul divano con un raccapricciante rigolo di bava che sgorga da due labbra che hanno le dimensioni di due banana boat sovrapposti.
I primi venti minuti scorrono via lisci, finché Paola non decide di cambiare posizione.
Lì per lì io e S. non capiamo ancora la portata del disastro che sta per consumarsi, e restiamo tranquillamente distesi, ignari di tutto. A giudicare dall’aspetto infatti, Paola non ha solo i lineamenti di un bulldog, ma ne ha ereditato parte delle tare genetiche. Ne sono la prova i rumori asmatici insentibili ad esempio.
Si, perché Paola russa.
Ma “russare” non è il termine più adatto. Questa nave da cargo non russa. Mio padre russa. Mio zio è famoso in famiglia perché è un gran russatore, specie se raffreddato. Paola no.
Paola è la notte di San Silvestro nei quartieri spagnoli. Paola è l’mp3 della battaglia della Somme. Paola è un Cessna che si mette in moto.

Alla prima russata io e S. ci svegliamo spalmati sul muro causa onda d’urto.
Alla seconda crollano i primi pezzi d’intonaco.
Alla terza esce dalla stanza da letto F spaventato dicendo “ STAVO ASCOLTANDO MUSICA CON L’MP3 PERCHE’ NON RIUSCIVO A DORMIRE, QUANDO HO SENTITO CASINO IN SOGGIORNO”.

I primi due minuti sono scanditi da risate sguaiate. Vorremmo fare qualcosa, davvero, ma sono quelle situazioni in cui il tuo fisico decide che per i successivi cinque/sei minuti non ti permetterà di fare niente che non sia strapparti le basette dal ridere.

Dopo due minuti passati a prendere a testate lo spigolo del lavello per calmarci, riprendiamo il controllo.
Dopo cinque minuti cominciamo a non poterne più di avere i decibel di Tomorrowland in soggiorno.
Dopo dieci, S. decide che FANCULO LA DIPLOMAZIA e tira una scarpata al divano, facendolo rovesciare su un lato.

Iniziano i classici attimi di silenzio che seguono un danno, tipo quando sbagliavi rinvio al parco e disintegravi la finestra del terzo piano della parrocchia. Quelli che precedono o un fuga disperata, o una risata da ictus. A rompere il silenzio ci pensa Paola che, CON UN DIVANO ADDOSSO, riprende a russare come niente fosse. Inutile dire che ricomincia da capo la sequela:
– Strappati le basette dal ridere
– Dai testate allo spigolo del lavandino per riprendere il controllo
– Ripara al danno fatto.

Rimettiamo in piedi il divano, giriamo Paola su un fianco (a questo proposito ne vorrei approfittare per ringraziare la “ NON SOLO GRU S.R.L” di Trento, senza di loro niente di tutto ciò sarebbe stato possibile) e finalmente interrompiamo l’agonia sonora del Triceratopo. Possiamo finalmente dormire.
Passano trenta minuti e Paola si sveglia. S ed io siamo entrati  in quella fase che precede di poco il sonno. Quella in cui, con le ultime forze, riesci a scrivere l’sms della buonanotte alla morosa prima di appoggiare il telefono sul comodino e crollare sul cuscino, per capirci.
La voce di Paola mi strappa dalle braccia di Morfeo. L’ iceberg domanda con voce cavernosa “Dov’è il bagno?”.  Senza alzare la testa dal cuscino rispondo “Porta a destra”.

Sette secondi dopo, sento la porta d’ingresso aprirsi e i passi di Paola avventurarsi nel giroscale.


Questa demente grassa ha sbagliato porta.


Io e S ci mettiamo fuori dalla porta ad osservare questa scena grottesca, curiosi di scoprire quanto ci metterà l’alter ego umano della Costa Concordia a capire che qualcosa non quadra. Dopo qualche minuto ci rendiamo conto che no, la nostra piccola dolce Paola deve essere soccorsa, perché neanche in un semestre sarebbe in grado di risolvere il mistero del “ dov’è il bagno?”.
Riportiamo all’ovile la pecorella smarrita (che vale per tutto il gregge, ma vabbè), le indichiamo la via per il bagno, e quando si rimette sul divano, possiamo tornare FINALMENTE a dormire.


Per chi s’intende di alcolici, sbronze, ed effetti ad esse correlate, sarà superfluo dire che i rutti sono molto più di una funzione fisiologica. Certo, per l’uomo sono motivo di vanto e ilarità in contesti goliardici, ma non sono solo questo. I rutti sono IL TERMOMETRO DELLA SBRONZA.
Ci sono vari rutti: quello del dopo mangiato, quello della prima birra scolata, quello del “ Ok comincio a essere secco”. Ma nessuno di questi sarà mai lontanamente pericoloso come:
IL RUTTO DEL PRE-VOMITO  
Per tutti coloro che alla domanda “Che programmi hai ‘sto weekend?” rispondono consegnando un prestampato in A4 che recita “Boh ma mi ubriaco” , è inutile descrivere il suono spaventoso del rutto pre-vomito. Molto simile al gorgoglio dell’acqua che scende in uno scarico intasato, esso è profeta di un’imminente e copiosa vomitata.
Buuuuuurp


Quando lo sento, so già che il tempo di reazione è tutto. Ho cinque, massimo sette secondi, per scrollarmi di dosso l’intorpidimento del dormiveglia, raccogliere tutte le energie che mi avanzano, afferrare S e lanciare entrambi fuori da questo letto quanto più velocemente possibile.

 Buuuuuuurp


Non ci sarà un terzo rutto. Quando sono così ravvicinati c’è una vomitata stile Mississippi in piena in arrivo. Agire ora, o sarà la fine.
Faccio perno sul gomito destro, finisco disteso sopra S, lo afferro per la spalla con la mano sinistra e -proprio mentre vedo partire un getto di liquame giallo sulla parte del materasso pochi istanti prima occupato dal sottoscritto- riesco a trascinarlo giù dal letto assieme a me.
Cadere sul pavimento gelido è irritante e doloroso, ma lo farei per sport piuttosto che venire a contatto coi fluidi di Paola.
Il tonfo chiaramente sveglia non solo S, ma anche D ed F.
I due fanno irruzione nel soggiorno e realizzano immediatamente la portata del disastro.

New Orleans dopo l’Uragano Katrina in confronto era Buckingham Palace.

Quel covo di malattie mentali di Paola ha pensato bene di appestare l’aria con esalazioni mortali vomitando sul divano letto, il quale ora probabilmente desidera ardentemente essere lanciato nel nucleo di ferro fuso della Terra per liberarsi del putridume di cui è ricoperto e porre così fine alle sue sofferenze.
D. impazzisce quando si trova in situazioni come questa, arriva a diventare una bestia malvagia e crudele. Robe da far impallidire un mercante di schiavi.
Sputa ripetutamente addosso alla disgrazia umana che c’è capitata in casa, la scorta a suon di calci nel culo fino al  bagno, dove la costringe a insulti e bestemmie a finire di vomitare tutto il vomitabile, onde evitare che apra di nuovo i rubinetti in soggiorno.

F. pulì il grosso del macello.
Ovviamente io ed S. non facemmo più ritorno al divano letto.
Finii a dormire su un tavolo.
S. dormì nel corridoio sopra due coperte.
Paola finì per addormentarsi abbracciata al cesso, e lì restò fino al mattino dopo.
D. bestemmiò anche nel sonno. Giuro.


EPILOGO

Chiaramente, io ed S. non adempimmo a tutti i nostri doveri. Sì, durante la notte fummo i badanti di Paola, ma al mattino ci scordammo di doverla cacciare di casa alle prime luci dell’alba.
Quando, verso le dieci e qualcosa, sentimmo le chiavi nella serratura della porta e ci si parò davanti Cristina, decidemmo che era ora di andarcene prima che trovasse l’immondo fagotto in bagno.
Evitammo goffamente ogni domanda “ Che è ‘sta puzza? “ – “ Che è successo al divano letto?! “ – “ Perché per terra è appiccicaticcio?!” e fuggimmo verso l’orizzonte.
Cristina trovò Paola in bagno, e quello che ne seguì mi fu definito nei giorni successivi da D. come “…Zana ti giuro, una foresta di sberle.”
Di Paola so poco altro.
So che rischiò la morte per mano della Crì (la quale però dopo due settimane di insulti e scenate di gelosia perdonò D. perché “in effetti era veramente troppo cessa. Anche per te da ubriaco”), venne accompagnata davanti alla fermata dell’autobus da F, e lì fu abbandonata al suo destino come un Barboncino sulla A4.

Ad oggi di Paola, grazie al cielo, non so più nulla.
Al momento sono sicuro che starà tagliando il filo sbagliato durante il disinnesco di una bomba, inserendo il tipo di carburante errato nel serbatoio dell’auto, o starà rovinando qualche matrimonio vomitando addosso alla sposa.
Resta, in ogni caso, la diciannovenne più brutta che abbia mai visto.

Camminando col sole in fronte, io e S. ci dirigemmo verso la macchina, rimasta nel parcheggio del locale del concerto. Mentre arrancavamo fumando la prima sigaretta della giornata, ci sentivamo come due veterani sopravvissuti al Vietnam.
Questa nottata mi aveva aperto gli occhi. In un rewind durato meno di un istante ripensai al suo significato.
La sicurezza della sera prima era l’unica cosa che mi tornò in mente, tra tutte le sensazioni che si erano alternate nelle ultime 24 ore: Cosa poteva andare storto?
Il locale enorme, la casa a cinquecento metri, noi  organizzatori del tutto, un mare di figa a disposizione, l’alcol gratis.
Ma non è così che funziona.
Puoi anche avere in mano tutti gli elementi dell’equazione, disporne i fattori a tuo piacimento.
Puoi aumentare le tue probabilità di successo, puoi evitare di lasciare tutto al caso.
Ma le incognite sono subdole, e se decidono di sputtanarti piani e strategie non conoscono fallimento.  L’incidente in macchina che frega dalle mani del centometrista l’oro olimpico che avrebbe di certo vinto il mese successivo. Il cancro che frega, come una sedia da sotto al culo, la carriera al politico che altrimenti che sarebbe diventato Presidente.
Ok, sono esempi estremi, ma che in fondo esprimono lo stesso ruolo di Paola.
Quella foca monaca mi fece capire che nella vita ci vuole anche leggerezza di spirito. Perché va bene pianificare, ma nulla impedirà ad un’incognita di duecento chili di rovinare persino la più equilibrata delle equazioni.

“ Oh S, secondo te perché certe strategie falliscono senza apparente motivo? Tipo come doveva andare ieri sera, e come invece è andata?”
“ Dipende da chi le studia probabilmente.”
“ Che intendi dire?” domando accigliato
“ Che se pensi a che razza di banda di imbecilli siamo tra me, te, F e D… Forse non c’è da stupirsi se ogni strategia che formuliamo finisca per rivelarsi fallimentare”. Risponde sorridendo.

Alla fine di questa frase ci sarebbe stata perfetta una colonna sonora tipo finale del film post uscita ad effetto.
Ma non si può avere tutto.
Questione di incognite, forse.


FINE

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