GALÈA: IDONEITÀ ALLA RECLUSIONE

La notizia del suicidio di Luca, avvenuta poche settimane fa nel carcere di Trento ha scosso mezza città.
Se n’è andato in silenzio, “senza che neanche il compagno di cella se ne accorgesse” hanno scritto i giornali. E in fondo, cos’altro si poteva dire?

Luca aveva 35 anni ed era stato arrestato quattro giorni prima, dopo aver appiccato il fuoco in un distributore di benzina. Durante il processo non aveva pronunciato una parola, ma non si era riscontrata incompatibilità con la detenzione e così si era ritrovato in carcere.  Poi, nella notte di sabato, aveva appeso un lenzuolo ad un gancio e abbandonato il mondo da una cella dell’infermeria.



Si è discusso molto sull’idoneità di Luca ad essere recluso in carcere. La sua storia psicologica era nota al reparto di psichiatria dell’Azienda sanitaria da diversi anni e fin da giovane era stato ospite di una cooperativa sociale. Al momento dell’arresto i carabinieri avevano disposto una “specifica valutazione diagnostica”, perché il giovane appariva “poco lucido”. Ma nonostante le proposte dell’avvocato d’ufficio per un ricovero in casa di cura, il giudice aveva deciso per il carcere, sulla base del parere dello psichiatra.

Sembra poco significativo ora chiedersi in che modo la detenzione in carcere potesse migliorare la situazione di Luca o cosa abbiano pensato giudice e psichiatra, ma è in questi momenti che la collettività si interroga sulla funzione degli istituti di pena. E quindi viene da chiedersi: chi è responsabile della morte di Luca?

Potremmo dare la colpa allo psichiatra, che non è riuscito a penetrare il suo silenzio e non ha fatto eccezioni nell’analisi della compatibilità. Oppure dare la colpa al giudice, che non ha più il tempo di decifrare ogni caso con la giusta attenzione. O forse alle guardie, sempre sotto organico, che non sono riuscite ad intervenire in tempo.

Sicuramente Luca non si sarebbe dovuto trovare in carcere, la sua situazione era più che delicata e lo psichiatra, il giudice e le guardie avrebbero dovuto saperlo. Ma non possiamo puntare il dito contro nessun preciso responsabile, o meglio, non con facilità, perché forse c’è qualcosa di più profondo.



Sappiamo che Luca non si sarebbe dovuto trovare in carcere. Chi allora dovrebbe esserci?
Lui stava male, ma non era il solo: nel 2015 sono state 43 le persone che si sono tolte la vita in carcere e negli ultimi 20 anni il corpo della Polizia Penitenziaria ha sventato 20.263 tentati suicidi ed impedito conseguenze fatali per quasi 142mila atti di autolesionismo.

Non sappiamo chi siano queste persone, né se i loro giudici abbiano considerato più approfonditamente la loro situazione, ma purtroppo sappiamo che non sono state considerate particolari e non hanno goduto di un trattamento differente.

Sono convinta che la ragione principale sia una: il sistema non può pensare ad eccezioni.  
Perché tutti i casi sarebbero delicati, necessiterebbero di maggiore attenzione e forse di un provvedimento alternativo, ma se tutti avessero un trattamento diverso e ideato appositamente, le carceri sarebbero inevitabilmente vuote. Come a dire che non sono la soluzione migliore e che ci potrebbero essere alternative più efficaci alla detenzione.

Quindi non si tratta di Luca, con i suoi disturbi, e non si tratta dello psichiatra, che non ha colto la gravità. Si tratta di un sistema che non è adatto per le persone.

Nessuno è fatto per essere recluso in una cella, non vedere nessun viso familiare o recidere ogni legame con il mondo. Essere soli, privati della propria dignità, sbattuti in mezzo ad una piazza. Nessuno può imparare da un sistema che non insegna, nessuno può migliorare in un luogo dove di bellezza e speranza ce ne sono poche.
E se questo non è un luogo adatto per una persona qualsiasi, immaginiamoci per una persona che soffre di disturbi psichici.



Ciononostante, la reclusione in carcere rimane ad oggi la soluzione impiegata per punire la stragrande maggioranza dei reati.

E nessuno dovrebbe morire in carcere, eppure in carcere si continua a morire.

Per questo motivo dobbiamo scegliere di non allontanare dalla vista questi problemi, mettendo in discussione la validità della capacità rieducativa del carcere.
Uno modo per farlo è sostenere l’approvazione del Garante dei detenuti anche in Trentino, la cui discussione dura da anni in Consiglio Provinciale. Perché se questa figura non può risolvere la situazione, almeno può aiutare a mettere in luce le maggiori difficoltà e presentare delle soluzioni nuove, assolutamente necessarie.

Perché nessuno è idoneo alla reclusione.

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